OSTEOINTEGRAZIONE E IMPLANTOLOGIA

 
 

Cenni storici e principi fondamentali

 

Già dagli anni '60 alcuni Autori avevano intuito la possibilità di inserire protesi radicolari metalliche nel tessuto osseo, al fine di riabilitare spazi edentuli.
In Italia, Pasqualini dimostrò l'importanza della guarigione ossea attorno all'impianto; guarigione che Pasqualini chiamava "osteogenesi riparativa" e che si basava su alcune premesse:

· impiego di materiale non dannoso;
· intervento chirurgico rispettoso dei tessuti;
· immobilità dell'impianto fino a guarigione avvenuta.

Gli studi di Branemark, pubblicati negli anni '80, hanno dato inizio alla metodica implantare osteointegrata, dandole piena dignità fra le specializzazioni della chirurgia orale ed estendendola a beneficio di numerosi utilizzatori; lo stesso Branemark (Branemark, Zarb, Albreltsson, '87) arrivava così a definire il concetto di osteointegrazione:


..."Si definisce osteointegrazione una connessione diretta, strutturale e funzionale tra un osso vitale e la superficie di un impianto sottoposto a carico
Il requisito fondamentale per stabilire una integrazione tissutale reale e durevole da parte di un materiale non biologico si basa sulla comprensione dettagliata della risposta dei tessuti duri e molli del sito ricevente, della preparazione chirurgica e della installazione della protesi
Così per poter formulare una prognosi prevedibile per ogni unità di ancoraggio ed assicurare un periodo di funzione per diversi decenni."...


Questa definizione rappresenta, apparentemente, la grande novità nella implantologia degli anni '80 ed è stata al centro di discussioni e polemiche.
Non vi è alcun dubbio, infatti, che la guarigione ossea, per poter garantire una stabilità nel tempo del manufatto implantare, deve avvenire a diretto contatto con il materiale alloplastico inserito. Su questa questione la ricerca svedese prima e internazionale poi ha sgomberato il terreno da ogni ragionevole dubbio.
Ciò che risulta in modo inequivocabile da tutta la letteratura recente è che gli impianti si sono dimostrati, soprattutto seguendo la metodica "osteointegrata", una soluzione affidabile, valida e predicibile.
Alla luce di tutto questo, giova ricordare quali sono le condizioni che si sono rivelate indispensabili per ottenere risultati predicibili in osteointegrazione:


· biocompatibilità del materiale dell'impianto;
· adeguate caratteristiche biomeccaniche;
· protocollo chirurgico atraumatico;
· stabilità primaria dell'impianto;
· adeguato periodo di guarigione;
· carico protesico adeguato;
· efficaci procedure igieniche.

 

Campo di applicazione dell'implantologia

 

In ogni caso, un intervento implantologico deve portare al conseguimento dei seguenti risultati:

· miglioramento della funzionalità del cavo orale;
· miglioramento estetico.


La gamma delle possibilità di ricorso all'implantologia è vastissima. Cerchiamo di schematizzare e riassumere.
1) Mancanza di un singolo dente o di più elementi dentali: può essere per agenesia, per trauma, per patologia cariosa e/o parodontale. In tal caso si ricorre ad una metodica che, sebbene chirurgica, consente una terapia più conservativa rispetto alle classiche soluzioni protesiche.
2) Sella edentula mono o bilaterale: la terapia implantare si rivela una valida alternativa all'inserimento di protesi rimovibili, risolvendo al meglio il problema psicologico e funzionale del paziente, legato a tale tipo di protesi.
3) Edentulismo totale: in numerose situazioni, sia a causa di obiettive difficoltà anatomiche legate al riassorbimento dell'osso alveolare, sia per complessi meccanismi psicologici, la protesi totale non viene accettata; in particolar modo le difficoltà aumentano nelle arcate inferiori, a causa delle ridotte basi di appoggio disponibili. L'implantologia può fare molto in questi casi; quand'anche non fosse possibile risolvere il problema con una protesi fissa su impianti, sia per limiti anatomici, sia per difficoltà economiche, è comunque possibile ottenere validissimi risultati con pochi impianti posizionati nello spazio compreso tra i forami mentonieri, stabilizzando la protesi mobile con attacchi a bottone o a barre.

 

Limiti di applicabilità

Fino all'inizio degli anni '90 si riteneva che i limiti dell'implantologia osteointegrata fossero fissati quasi esclusivamente dalla disponibilità di osso e dalla sua qualità. Successivamente, l'evolversi della tecnica chirurgica, ha permesso di ampliare le possibilità di applicazione attraverso interventi di chirurgia avanzata, quali, ad esempio:

· rigenerazione ossea guidata (GBR);
· rialzi del seno mascellare;
· spostamento del nervo alveolare inferiore;
· innesti di osso autologo o eterologo o di spacemaker di varia natura;


tutti tendenti all'aumento di disponibilità ossea attorno all'impianto, pur accettando, nel contempo, un aumento del rischio di insuccesso.

 

Competenza professionale

Il chirurgo implantologo deve necessariamente avere una serie di conoscenze in campo biologico, biomeccanico, delle tecniche chirurgo-restaurative e dei diversi trattamenti specializzati; dovrà inoltre possedere un'esperienza e conoscenza profonda della chirurgia orale, delle protesi, della parodontologia e della profilassi dentale, ed il suo studio deve essere organizzato in modo da assicurare un adeguato controllo a distanza dei casi trattati.
Giova ricordare che Hubertus Spiekermann (1995) sostiene che gran parte degli insuccessi in implantologia sono dovuti ad insufficiente organizzazione, carenze di perfezionamento specialistico, nonché ad inesperienza implantologica da parte dell'odontoiatra.
Essenzialmente queste mancanze sono così sintetizzabili:


· Insufficiente asepsi;
· Inadeguata tecnica operatoria;
· Indicazioni non corrette nel piano di trattamento;
· Mancanza di adattamento fra protesi e impianti (passività);
· Errori occlusali di carico.